"...Su un piano generale la sua pittura, vera e propria arte, richiama e ci prospetta il movimento culturale filosofico inquadrato come innativismo o nativismo.
Non vi è alcun dubbio infatti che nella sua pittura si colgono elementi che ci fanno pensare all'esistenza di idee o principi innati, posseduti cioè sin dalla nascita, per cui quanto egli traduce nelle sue opere è un ricordare ciò che ha vissuto in un'età in cui le idee ancora non hanno trovato la loro comunione con il corpo, pu rimanendo infisse nella mente, finendo per riemergere prepotentemente nella loro realizzazione grafica e pittorica.
Vedendo le sue opere si rimane colpiti dagli elementi essenziali del "segno", che rimane sempre costante nella varia oggettualità che egli rappresenta, come se dominasse in tutto la presenza del modello originario, dell'"archetipo".
Direi che la forma, pur incisivamente delineata nel "segno" conserva tutta una serie di richiami a modelli intelleggibili originari delle cose sensibili, come se l'A. avvertisse la necessità di penetrare in essi, attraverso evidenti e chiari simbolismi che ritroviamo costanti in ogni sua rappresentazione.
Così l'abbinarsi del simbolico che ci vuol dare chiaramente un avvertimento, una comunicazione della sua interiorità repressa, unitamente alla potenzialità del colore che varia da una soffusione di tonalità morbide, all'esplosione di violenti contrasti, fa sì che la sua pittura risulti, per chi la percepisce, fonte di vera, piacevole esperienza..."
Pietro Sarteschi
Ordinario di Psichiatria
dell'Università di Pisa
"Spesso mi sono chiesto come "collocare" la pittura di Roberto Parrini nell'attuale panorama dell'arte contemporanea. Tra gli artisti della transavanguardia? Tra i neo-espressionisti? I neo-selvaggi! O tra i pittori della nuova figurazione? Non credo. Anzi, certamente no. Perchè Roberto Parrini è un pittore a sè. Non appartiene a nessuna scuola se non a quella dell'arte. E' come un solista ispirato che si stacca dal coro. E' un artista istintivo. Immediato. Di grande intuizione pittorica. Autodidatta (nonostante gli studi internazionali dell'arte a Firenze sotto la guida di Carlo Ludovico Ragghianti, l'incontro con Pietro Annigoni e altri compagni di strada del periodo fiorentino). E' un uomo di cultura. Di lettura. Niente è trascurato: la filosofia, la sociologia, l'antropologia, la psicologia. Di tanto in tanto si interessa di teologia. Nella sua opera convivono, ma spesso si dividono per ricongiungersi dopo, l'abisso "del dimenticato" insofferentemente ricercato nelle vie della memoria e il conflitto di una "perduta armonia" ricostruita con simboli e metafore in una narrazione (che narrazione non è) inquietante e frenetica. Una pittura essenzialmente incisiva. Fortemente sanguigna. Con colori decisi, senza mezzi toni. Grassi (come i pastelli e i gessetti usati), urlati in spazi non troppo definiti e aperti al riflesso di una condizione individuale che diventa sempre più collettiva e universale. Passando attraverso la concretezza emotiva e la volontà rappresentativa di un presente che volge al passato, ci coinvolge in tempo reale, tende ad uscire di scena e resta saldamente vincolato ai suoi simboli. Fortemente identificabili e riconoscibili. Senza diaframmi: solo nell'aspetto essenziale dei suoi significati espressi con tale crudezza e verità da far inorridire quanti sono influenzati da una educazione cattolico-conservatrice. Parrini agisce direttamente con il segno e il colore e da corpo ad una realtà definita solo nel gesto immediato e veloce che si riversa sulla materia...
Giuseppe Massimini
Mal si coglie, specie non avendo a disposizione che le classiche quattro righe, una personalità sì complessa, sì ricca di fermenti interiori come quella di Roberto Parrini, pittore votato alle incursioni nell'area della surrealtà, pittore il cui "terzo" occhio se da un lato ne agevola la visione fantastica e provocatoria del mondo, anzi di coloro che lo popolano, dall'altro non diminuisce in lui la portata d'una critica veemente, talora "feroce", di sicuro per nulla rivolta a parlare del bello e del buono, sibbene dei rispettivi contrari: il brutto e il cattivo (elementi "negativi" per il benpensante pigro, ma in generale, e qui in particolare, positivi ai fini dell'espressione artistica).
Se poi per una kalokagathia inesistente, o meglio capovolta, vogliamo implicare un terzo incomodo, il vero, allora bisogna dire che i termini si fanno più difficili, in quanto siamo con molta evidenza al cospetto di un irriducibile solipsista devoto, fortunatamente solo alle regole del proprio gioco. Il che permette a Parrini dei singolarissimi effetti di straniamento, sotto forma di un sarcasmo ambiguo e osè, condito di sesso nudo e crudo, certo non di platonico eros...
Dino Pasquali
Il percorso espressivo dell'artista.
1) L'uomo in realtà più di quanto lo si possa afferrare nel suo particolare, è tuttavia inafferrabile nel suo insorgere nel mondo e nel suo finale annichilimento.
A questo vuoto prima della nascita e dopo la morte interviene la religione, tutte le religioni, mentre la scienza si astiene dal giudizio su ciò che non sa e non può sapere.
Più raramente l'arte, troppo spesso derubricata a semplice descrizione dell'esistente, anche se magistralmente interpretata, riesce ad addentrarsi su un terreno non suo: nel Parrini si ritrova questa pittura rara che rende plausibile e visibile quel che non è percettibile dai più.
Il Parrini nella sua opera non è, tuttavia, un visionario, o una sorta di demiurgo del cambriano che costruisce mostri plausibili in parte attinti dalla propria interiorità, in parte da quella fabbrica di forme deformate che è stato il novecento. Anzi la separazione fra il nato dentro e percepito fuori non la si avverte, onde le figure risultano compatte, prive di punti di fuga, assolutamente coerenti nel loro essere diverse dalla realtà quel tanto da renderle quasi riconoscibili da chi, coetaneo, ha avuto nella seconda metà del novecento un comune sentire.
I molti disegni di animali, particolarmente cavalli, rappresentano la poetica di questo filone, con tratti di penna veloci, crudi, privi di orpelli.
2) Ma lo spessore dell'artista non si limita ad una cosmologia fuori dal tempo, ma si addentra anche, in maniera più sofisticata, nelle intercapedini della storia, della quale ben sa ritrarre quei grumi di pulsioni che si sostanziano nel simbolo.
La lettura di Parrini della storia tramite i simboli si snoda sia nei suoi dipinti che nella sua interpretazione di fronte ad una traccia dalla quale ricostituire un mondo ormai scomparso ma che, tramite il simbolo, per un momento ritrova la sua freschezza e il suo movimento.
Il contrario esatto di considerare la storia dell'arte come un museo di reperti.
Dalla storia reinterpretata con i simboli al costume il passo è breve: il raggiunto equilibrio nella scelta comporta l'inveterare delle abitudini, la ritrosia ad uscirne. Ciò diventa mero simulacro della conoscenza.
Persino la propria abitazione, il proprio studio possono diventare, alla lunga, una sorta di tempio tombale delle proprie abitudini, anche per un'artista.
3) E' qui fra natura e storia, fra realtà e costume prende forma il pensiero plastico del Parrini, artista privo di fedi, siano esse religiose o credenze nel caso, egli si concentra nel grande artefice della natura e della storia allo stesso modo: la necessità, l'urgenza che sovrasta la materia e il pensiero e lo plasma, gli scinde, li fa esplodere, li annichilisce.
Così le sue forme urgono, ti vengono addosso dal riquadro, ti assalgono e, nello stesso tempo, ti rassicurano che non sei solo racchiuso nel tuo io particolare, ma che c'è dell'altro e che quel che sta fuori è ben auguratamente più grande, più forte e più imprescrutabile del nostro piccolo sentire.
In questo senso la lezione del Parrini ci educa, nell'etimo del verbo, ci tira fuori.
Come è arrivato l'artista a questa concezione della vita e della propria arte?
Attraverso una vita difficile, segnata dalle urgenze, la mancanza di tutto, l'errare in cerca dell'essenziale per vivere da un dormitorio pubblico ad una mensa dei poveri e, attraverso gli ultimi, l'approccio naturale ai vertici della società nei quali si ritrovano le stesse paure e le stesse miserie osservate nei segregati nei vecchi manicomi, in coloro nei quali l'assenza di concentrazione nel vivere è simmetrica ed altrettanto faticosa della concentrazione per dominare, per accumulare denaro, per essere primi nella prigionia del ruolo per poi improvvisamente passare dall'altra parte.
Le figure del Parrini sono tutte fuori ruolo: potrebbero essere effigie di miliardari o di derelitti, non è dato di sapere, ma comunque tutte segnate dallo stato di necessità, dalle urgenze che fanno uscire la vita dal nulla e che con forza la ricacciano per sempre nello stesso nulla. Qui si inseriscono gli studi sui cadaveri, sui malati cronici nei convalescenziali e nei manicomi, la cui intensità espressiva nel segno non ha l'eguale.
Natura, storia, urgenza per entrambi, senza sosta, senza riposo.
Solo di ultimo il pittore ha cercato nella polvere cosmica, che sovrintende alla grande metamorfosi che dalla morte ricrea la vita un suo punto di pace, ma, tuttavia, ancora non è riuscito a darle una forma: forse ci riuscirà, forse no.
Gabriella Gherardi